“Il miglio verde”, Stephen King

"Il Miglio Verde", Stephen King

“Il Miglio Verde”, Stephen King

Titolo: Il miglio verde

Titolo originale: The Green Mile

Autore: Stephen King

Edizione: Sperling Paperback

Anno: 2000

Prima edizione originale: 1996

Pagine: 572

Traduttore: Tullio Dobner

Consigliato: 

Valutazione:

Valutazione 5.0

Trama:

Nel penitenziario di Cold Mountain, il Blocco E è riservato ai detenuti condannati alla pena capitale. Qui lavora Paul Edgecombe, come responsabile notturno. È lui, assieme ad un manipolo di altri volenterosi uomini, a controllare il comportamento dei “morti che camminano”, cercando di rendere il più confortevoli possibile i loro ultimi giorni su questo mondo. Nessuno però si aspetta la serie di vicissitudini che accadono quando viene accolto tra di loro John Coffey.

Analisi critica:

Il romanzo, inizialmente scritto e venduto a puntate, come lo stesso King ci racconta sia nella prefazione che nella postfazione, venne poi raccolto in un unico volume, senza però subire troppe modifiche che lo avrebbero allontanato dalla prima versione. Le sei parti in cui è suddiviso racchiudono ognuna un nucleo che possiamo quasi definire autoconclusivo, ma l’intera storia si dipana lungo tutto l’arco narrativo, per concludersi soltanto all’ultimo, nelle pagine finali che aprono il lettore a tutta una serie di riflessioni, probabilmente volute dallo stesso autore.

Ma andiamo con ordine. Paul Edgecombe, il protagonista, scrive il racconto sottoforma di memorie quando, ormai anziano, è ricoverato al gerontocomio di Green Pines. Egli decide di tornare con la mente a quei bizzarri avvenimenti che si sono succeduti nei lontani anni Trenta, e più precisamente alla fine del 1932, quando l’America era in un periodo di grave depressione e mantenere il proprio posto di lavoro era un privilegio di cui non si poteva fare a meno. Il romanzo non si svolge secondo una trama lineare, dal punto A al punto B per poi passare al punto C, ma prevede più volte balzi avanti e indietro nel tempo, con flashback o flashforward, quando l’autore (sia esso Edgecombe o il suo ‘superiore’ King) sente che è il momento di discostarsi dalla piana sequenza temporale. Tuttavia, lo stile chiaro e l’ambiente piuttosto chiuso in cui si aggirano i personaggi, ambiente che poco si allontana dalle celle del Blocco E e dalla temibile sedia elettrica, permettono al lettore di ricollegare facilmente gli avvenimenti al loro posto, senza creare alcun scompiglio.

La storia inizia con l’arrivo di John Coffey, pronunciato come il caffè, coffee, ma scritto in maniera diversa, un nero gigantesco che, utilizzando le parole di Edgecombe, sovrasta sulle sue guardie come una montagna sopra un gruppetto di colline. Egli pare tranquillo, mansueto, con occhi bovini che non mostrano intelligenza e che si guardano intorno confusi. Eppure egli è lì, nel Blocco E, per un motivo assai grave: lo stupro e l’assassinio di due gemelle che non sono ancora entrate nella fase adolescenziale dello sviluppo. Le prove contro di lui sono schiaccianti, ma Coffey non sembra essere il tipo da compiere tali orrende e spregevoli azioni.

Nel braccio della morte Coffey non è solo. Nel Blocco E ci sono infatti altri detenuti. Uno è Eugene Delacroix, francese striminzito che ha stretto grande amicizia con Mr Jingles, un topolino che da qualche tempo percorreva i corridoi rosicchiando ciò che Edgecombe e i suoi colleghi gli davano. Il secondo condannato, arrivato poco dopo Coffey, è invece William Wharton, ragazzo difficile e problematico, con gran voglia di fare baccano e di creare confusione.

Nel corso del romanzo, vi sono diversi punti che offrono spunti di riflessione. Alcuni sono menzionati dallo stesso Edgecombe, che sembra condurre il lettore verso quello su cui vuole concentrarsi, altri sono più velati ma di non meno impatto. Innanzitutto, c’è la sedia elettrica. L’intero procedimento del suo funzionamento viene descritto nei dettagli, con giusto quel pizzico di orrore che King sparge qua e là, come un cuoco sapiente. Nel breve tempo del romanzo, che si svolge nell’arco di pochi mesi, vi sono ben tre esecuzioni capitali, ma non è soltanto in queste occasioni in cui la sedia elettrica ottiene un ruolo di primo piano: molto importanti sono anche le prove tecniche precedenti alla condanna vera e propria, utili  per accertarsi che ognuno dei secondini sappia quale sia il suo ruolo nella macabra esecuzione. In entrambi i casi, tuttavia, il sapiente racconto di King porta il lettore a provare empatia e simpatia per i personaggi, condannati o guardie, che non a cuor leggero si trovano in contatto con quel macchinario di morte.

Un altro punto su cui è bene soffermarsi è la dicotomia del bene e del male. Coffey, non si sa bene come né perché, ha capacità formidabili, che vanno contro la normale natura dell’uomo. Per mezzo di una semplice imposizione delle mani, o di altri gesti simili, egli è in grado di alleviare terribili dolori, caricandoseli sulle spalle al posto del malcapitato da lui ‘aiutato’.

Un dono, quello di Coffey? Forse, ma a ben pensarci, la sofferenza di cui si fa carico, il suo modo mansueto di comportarsi, le sue fobie più profonde sono un fardello troppo pesante. È su questo che il libro vuole porre l’accento. È possibile fare del bene in questo modo, senza restare contagiati dal male? E quali sono le pene che una persona con un tale dono deve sopportare?

A queste domande, King cerca risposta in una storia che non si può non leggere d’un fiato, in cui non ci si può non identificare con almeno uno dei personaggi, provando per lui e con lui commozione, rabbia, sconforto, confusione e tutta una vasta gamma di emozioni che sarebbe troppo lungo elencare. Nel finale, soprattutto, la riflessione di questa dicotomia del bene e del male viene messa in dubbio: non vi è solo bianco e nero, ma anche diverse sfumature di grigio.

Giudizio personale:

Questo è uno di quei libri da leggere almeno una volta nella vita, sempre che una volta sola basti! L’omonimo film del 1999, con Tom Hanks nel ruolo di Paul Edgecombe e Michael Clarke Duncan in quello di John Coffey è magistrale e suscita moltissime emozioni, ma per chi si volesse davvero immergere nella storia il libro di Stephen King regala ancora più sensazioni, più commozione, più empatia o rabbia. Il Miglio Verde svolge egregiamente il ruolo che un libro dovrebbe avere: far entrare completamente il lettore in un mondo ‘altro’, dove confrontarsi con una realtà diversa da quella quotidiana e dove porsi in discussione: non sono semplici parole che si inseguono una dietro l’altra secondo un filo logico: tra le righe e oltre le righe vi è un potente incantesimo che tocca il cuore nel profondo.

L’autore:

Stephen King

Stephen King

Stephen King (1947), il “Re del brivido”, è uno scrittore statunitense, autore di notevoli bestsellers di genere horror o fantastico e vincitore di numerosi premi. Molto prolifico, tra le sue opere più famose possiamo ricordare Carrie (1974), Shining (1976), It (1986), Misery (1987), Duma Key (2005) e parecchi altri. Molti di questi romanzi hanno subito adattamenti cinematografici anche per mano di registi molto celebri, quali S. Kubrick, John Carpenter o Brian de Palma. Nel 1999 King fu vittima di un incidente che gli provocò seri danni, tre mesi di ricovero e una lunga convalescenza. Tra i premi a lui assegnati, ricordiamo nel 2003 la National Book Foundation Medal per il contributo alla letteratura americana e nel 2007 il Grand Master Award conferitogli dall’Associazione Mystery Writers of America.

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