“L’amuleto di Samarcanda”, Jonathan Stroud

"L'amuleto di Samarcanda", Jonathan Stroud

“L’amuleto di Samarcanda”, Jonathan Stroud

Titolo: L’amuleto di Samarcanda

Titolo originale: The amulet of Samarkand

Autore: Jonathan Stroud

Edizione: 2004

Anno: Salani

Prima edizione originale: 2003

Pagine: 449

Traduttore: R. Cravero

Consigliato:

Valutazione:

Trama:

Quando il potente jinn Bartimeus viene chiamato dall’Altro Luogo a Londra, non si aspetta di essere stato convocato da un ragazzino di dodici anni, mago con soli sei anni di studi alle spalle. Lui, che per millenni si è occupato di riedificare le mura di Uruk, di Karnak e di Praga, lui che ha parlato addirittura con Salomone, deve ora soggiacere al volere di uno scavezzacollo che gli chiede una missione davvero difficile: rubare l’amuleto di Samarcanda al potente mago Simon Lovelace, membro del Parlamento e noto per non farsi troppi scrupoli

Analisi critica:

Questo romanzo si contraddistingue fin dai suoi primi capitoli per l’alternanza della narrazione, che passa dal jinn Bartimeus al ragazzino, Nathaniel. I due stili sono molto diversi tra loro, ma Stroud li amalgama molto bene in un intreccio ben delineato e semplice da leggere. Se per il giovane mago è presente uno stile in terza persona, onnisciente ma che segue sempre il ragazzino, per Bartimeus la storia prende sfumature più personali: è il jinn stesso, infatti, a parlare, raccontando con molta ironia e senso dell’umorismo – senza rinunciare a frecciatine verso i poveri umani con cui si trova ad agire – le sue avventure al servizio di Nathaniel, al quale è costretto ad ubbidire ma a cui farebbe volentieri del male, se solo potesse (proprio come è natura dei demoni dell’Altro Luogo). Di norma, queste piccole cattiverie da jinn si trovano soprattutto come note a piè di pagina, che purtroppo nel mio formato e-book erano collocate in fondo al capitolo, rendendo così difficile apprezzarle appieno a causa del continuo scorrere avanti e indietro le pagine digitali. Una piccola pecca, ma perdonabile.

L’Amuleto di Samarcanda è quindi un romanzo divertente, una lettura che rilassa e tira fuori più di un sorriso, un libro nel quale ci si può immergere senza fatica per diverse ore continuate, proprio grazie al suo stile scorrevole e semplice, che intreccia il furto di Bartimeus a vicende ben più grandi.

Infatti, i due protagonisti si trovano invischiati in una situazione molto più difficile di quanto credessero all’inizio: sia Nathaniel, ancora troppo giovane, sia Bartimeus, a cui tutto sommato degli umani frega poco, devono risolvere il mistero dell’amuleto di Samarcanda da cui il romanzo prende il nome: come è finito nelle mani di Simon Lovelace? Quali sono i suoi poteri? Quali saranno le conseguenze del furto?

Mentre cerca di rispondere a queste domande, Jonathan Stroud svela poco alla volta abitudini e stili di vita dei maghi londinesi, che sono invischiati in guerre con altri stati d’Europa, soltanto accennate. Interessante, ad esempio, il modo in cui un bambino diventa apprendista mago: non si hanno scuole o educazioni familiari, ma il “prescelto” deve essere orfano o abbandonato dai propri genitori per poter essere adottato da un mago che seguirà – personalmente o con l’aiuto di diversi professori a domicilio – i suoi studi, iniziandolo all’arte della convocazione dei demoni e alle diverse formule punitive in caso questi non si comportino a dovere. È così che, a sei anni, Nathaniel si trova a vivere con Arthur Underwood e sua moglie, una coppia dal carattere molto diverso e quasi opposto: mentre il mago è schivo e cerca di avere meno contatti possibile con il ragazzo, limitandoli inoltre allo studio della magia, la signora Underwood si comporta come una madre, occupandosi amorevolmente del suo nutrimento, dei suoi abiti, delle sue difficoltà nello studio e, in generale, della sua crescita. Anzi, si spinge perfino a chiedergli quale sia il suo vero nome.

Perché un bambino che entra al servizio di un mago deve dimenticare il suo nome di nascita, quello che gli hanno dato i genitori che lo hanno messo al mondo. È troppo pericoloso, infatti, che esso sia rivelato: un demone disubbidiente potrebbe infatti usarlo a suo vantaggio, per vendicarsi di chi lo ha convocato o di chi gli ha fatto un torto. Come fanno allora i maghi a chiamarsi tra di loro? Quando il momento è giusto, un maestro permette al suo apprendista di scegliersi un nome, tratto da un catalogo preesistente o scelto da zero. Unica regola: non utilizzare nome e cognome di un mago ancora vivente.

Veniamo ora alla controparte di Nathaniel in questo romanzo: Bartimeus è un jinn potente, egocentrico e beffardo, che non riesce a credere di essere stato convocato da un dodicenne. Può assumere qualsiasi forma egli voglia – non più piccola però di un pidocchio – ma la sua preferita è quella di un ragazzo egiziano, Tolomeo, al quale si era legato diversi  secoli prima, quando ancora l’Egitto apparteneva ai Faraoni. Restare in un corpo fisico è però una tortura per un demone, che preferisce cambiare spesso aspetto, anche a seconda delle proprie necessità, oppure ritornare al suo stato originario, una sorta di nube incorporea e aleggiante.

Da Bartimeus il lettore viene anche informato di usi e costumi dei demoni dell’Altro Luogo. Dai più scarsi foliot ai potentissimi merid, passando per folletti, jinn e afrit, impariamo come essi vengano usati dai maghi per le loro missioni e come, per la maggior parte dei casi, questi demoni non siano affatto contenti della loro situazione: anche se non tentano di uccidere il loro padrone, essere costretto ad obbedire agli ordini di qualcuno è ad ogni modo molto frustrante. Impariamo anche che i demoni possono vedere su più livelli – sette per quanto riguarda Bartimeus – e che questa visione plurima aiuta, in molti casi, a capire se un individuo è in realtà un demone trasformato oppure se esistono trappole magiche nascoste attorno ad un edificio o persona. Gli umani, manco a dirlo, possono vedere soltanto sul livello più superficiale, a meno di non possedere alcune lenti che permettono loro di scendere fino al secondo o terzo. I gatti, invece, per loro natura vedono anche sul secondo, e questo spiega alcuni loro bizzarri comportamenti.

Giudizio personale:

Molte cose ci sarebbero da dire su questo libro: parlare della Resistenza dei “comuni” (ovvero gli uomini non-magici), raccontare le tecniche di convocazione e quelle per soggiogare un demone alla propria volontà, sviluppare il rapporto tra Nathaniel e Bartimeus… Troppe cose, che forse è meglio se il lettore le scoprisse per conto proprio, leggendo un libro per ragazzi che mescola sapientemente fantasy e umorismo, in un cocktail che dura, in fin dei conti, troppe poche pagine.

L’autore:

Jonathan Stroud

Jonathan Stroud

Jonathan Stroud (27 ottobre 1970) è uno scrittore inglese, noto soprattutto per la Trilogia di Bartimeus, che comprende L’Amuleto di Samarcanda, L’occhio del golem e La porta di Tolomeo. Ad essi, si aggiunge un prequel pubblicato nel 2010, dal titolo L’anello di Salomone.

Laureato in letteratura inglese all’università di York, ha iniziato la sua carriera in una casa editrice di Londra dove ha lavorato come curatore di libri per bambini. Negli anni novanta ha iniziato a pubblicare i suoi lavori e ha avuto rapidamente successo. Il suo primo romanzo, Buried Fire, viene dato alle stampe nel maggio 1999.

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